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APRILE

APRILE - cinemAnemico
eccentriche visioni
rassegna di cinema visionario
1 aprile 21.30
La Antena
Esteban Sapir
Un film di Esteban Sapir. Con Alejandro Urdapilleta, Valeria Bertuccelli, Julieta Cardinali, Rafael Ferro, Raúl Hochman.
Ricardo Merkin, Gustavo Pastorini, Sol Moreno, Carlos Piñeiro, Florencia Raggi
Drammatico, durata 90 min. - Argentina 2007.
 
“C’era una volta una città senza voce, qualcuno aveva rubato le voci di tutti i suoi abitanti. Trascorsero molti anni e nessuno sembrava preoccuparsi del silenzio”. Con questo incipt La antena, film dell’argentino Esteban Sapir, ci catapulta in un mondo distopico e perso nell’immaginario del cinema muto.

Un film pieno di parole che scorrono sullo schermo e lo animano, in cui le uniche voci sono quelle di una donna, il cui volto è una voragine nera come la notte più oscura, e del figlio senza occhi e palpebre, che legge le labbra e gli oggetti con il palmo della mano. Una città controllata dal Signor Tv attraverso la Tv ed il cibo “Alimentos Tv” e che per continuare a detenere il potere ha bisogno anche di rubare le parole. Un film sulla lotta contro il silenzio e le dittature. Raccontato con leggerezza e classe.

Un mondo immaginario che non si allontana tanto dalla nostra realtà. Un film radicato nel nostro presente, ma anche nel cinema muto, ci sono tantissimi riferimenti che è un puro divertimento riscoprire: Murneau, Fritz Lang, Chaplin e Méliès; e infine ci sono le lacrime di ghiaccio che sono un chiaro omaggio alla fotografia di Man Ray.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
8 aprile 21. 30
Drawing Restraint 9
Matthew Barney
Un film di Matthew Barney. Con Matthew Barney, BjörkFantastico, durata 135 min. - USA, Giamaica 2005. uscita lunedì 25luglio 2005.
 
AMbientato su una baleniera al largo di Nagasaki, il film racconta delle relazioni tra Giappone e Stati Uniti d'America dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki, quando il generale MacArthur, permise ai giapponesi la caccia alla balena quale fonte di sostentamento per il paese in ginocchio.Il progetto è stato commissionato dal governo giapponese. La cantante Björk, compagna del regista, interpreta uno dei personaggi presenti sulla baleniera "Nisshin Maru" ed è anche autrice dei 22 brani (composti con il folkloristico strumento giapponese a diciassette pipe sho), che fanno da tappeto musicale alle due ore e un quarto di silenzio. Il film, infatti, è senza dialoghi.
 
 
 
 
 
15 aprile 21.30
SAYAT NOVA
Sergei Parajanov
Un film di Sergei Parajanov, Sergei Yutkevich. Con Sofja Ciaureli Titolo originale Sayat Nova. Biografico, Ratings: Kids+16, durata 73 min. - URSS 1969
a vita del trovatore armeno Sayat Nova, vissuto nel Seicento, dall'infanzia alla corte regale, dal ritiro in un convento alla morte, attraverso una serie di episodi, statici come quadri che non raccontano, ma mostrano, evocano, suggeriscono per via di metafore, analogie, estri surrealisti, paesaggi onirici, pause liturgiche. La colonna sonora (musiche, rumori) conta come quella visiva di pittorica sensualità. Ermetico, ma abbagliante. Molte noie con la censura sovietica.
"Nel tempio del cinema vi sono immagini, luci, realtà. Paradjanov
È stato il maestro di questo tempio
."
Jean-Luc Godard
Il colore del melograno (Sayat Nova)
(Brotseulis kvaviloba-Sayat Nova)
Anno: 1968
Diretto da: Sergej Paradjanov
Con: Sofiko Chiaureli, Melkon Aleksanyan, Vilen Glastyan, Georgi Gegechkory.

Sinossi: Il film è la biografia di Sayat Nova, poeta armeno del XVIII secolo, ma la sua vita non è qui raccontata in maniera tradizionale, bensì attraverso dei tableaux che ne rievocano in maniera metaforica e surreale le varie fasi: infanzia e adolescenza, servizio del principe e amore proibito per la di lui figlia, convento e morte per mano dei soldati persiani di Agha Mohammed Khan.
Analisi: Ci sono molti modi per raccontare una storia. E poi, chi dice che al cinema si debbano solo raccontare delle storie o raccontarle in un certo modo? Si pensa, per tradizione consolidata, a un film che sia articolato come racconto, come prosa narrativa. Ma ci sono anche film che ricordano più le enciclopedie (Greenaway), e c’era chi, come Pasolini, tra il ’65 e il ’71 parlava di un cinema di poesia.

Questo film del georgiano di origini armene Sergej Paradjanov è probabilmente un esempio di cinema di poesia.

Sayat Nova è considerato il maggiore poeta armeno (ma si dovrebbe piuttosto parlare di “ashug”, qualcosa di simile a un trovatore), e il film si ripropone di visualizzarne (più che narrarne) la vita facendo ricorso al simbolismo e alla metafora, utilizzando, cioè, dei procedimenti tipici del linguaggio poetico.

In una delle prime sequenze vediamo il poeta bambino che, affascinato dai libri, ne dispone a centinaia sui tetti di un convento, per poi su questi stessi tetti distendersi e spalancare le braccia come in una crocifissione: è già una prefigurazione metaforica del suo futuro martirio. Ancora, vedere la mano di Sayat Nova bambino “schiacciata” tra due libri mentre un prete gli raccomanda di leggere per la gente, è il correlativo oggettivo della poesia come missione e come fardello.

Quando, nella prima parte del film, ci viene mostrata l’infanzia di Sayat, essa è introdotta da una didascalia con una citazione del poeta, che recita: “Dai colori e dagli aromi di questo mondo, la mia fanciullezza trasse una lira da poeta, e me la offrì”. I riti religiosi, il lavoro dei tintori e quello dei monaci bibliotecari,  il riposo nei bagni pubblici: tutto ciò è mostrato come manifestazione del mondo coi suoi colori agli occhi del poeta bambino.

Per tutto il film, Paradjanov ci mostra direttamente “i colori e gli aromi” di quel mondo fisico che dovette alimentare l’ispirazione poetica di Sayat Nova, e lo fa senza utilizzare una logica discorsiva o narrativa in senso classico, preferendo piuttosto fare poco ricorso alla parola e tentando di dare corpi e immagini visive a quelle sensazioni che la poesia può evocare.

Anche l’amore tra il poeta e la figlia del principe è reso in chiave simbolica, attraverso sguardi e gesti ripetuti lentamente come in un rituale, così come la morte del poeta (che avvenne per mano di soldati persiani), è resa attraverso una sequenza di gesti e l’immagine di Sayat disteso sul pavimento attorniato da candele su cui scendono dei galli che svolazzando si bruciano.

Ho scritto più sopra “rituale”. È questa l’impressione dominante che si ha quando si guarda questo film: quella di trovarsi di fronte a un rituale in cui ogni gesto sembra ispirato da un processo profondo, ogni azione è in sé altamente simbolica di una qualche altra realtà che la precede, e il gesto fisico è spiritualizzato.

Ciò avvicina la modalità di rappresentazione di questo film a quella del teatro No giapponese, mentre le inquadrature, frontali e a macchina da presa fissa, sembrano riportare alle illustrazioni medioevali piatte e senza prospettiva, in cui corpi e oggetti sono collocati in una dimensione altra, in uno spazio non percepibile, come sospeso e onirico.

Non stupisce che un film del genere, in cui domina una componente spirituale e un approccio surreale alle tradizioni culturali del popolo armeno, sia dispiaciuto, alla sua uscita, ai burocrati e ai potenti di quella che allora (1968) si chiamava URSS. Il governo sovietico (che obbligò tra l’altro il regista a modificare il titolo originario “Sayat Nova” in “Il colore del melograno”) esercitò infatti notevoli pressioni sull’artista Paradjanov, accusandolo di aver deviato enormemente dai canoni del realismo socialista, per poi condannare anche l’uomo a cinque anni in un campo di riabilitazione con l’accusa di omosessualità e furto. Contro la condanna si mossero alcuni artisti e colleghi registi, e Paradjanov fu liberato, ma gli fu negato, per alcuni anni, di dirigere altri film.

Attualmente, il film, amatissimo per la sua forza visionaria da molti cineasti tra cui Fellini e Tarkovskij, è difficilmente reperibile, fatte salve le edizioni in DVD della Ruscico e della Kino.

Forse che agli artisti che in vita hanno scontato l’oppressione della censura e le pressioni dei burocrati, tocchi anche affrontare, dopo morti, la beffa di un mercato che si dice libero e invece ha vincoli particolarmente restrittivi?

Allora quest’opera, come altri invisibili, sconta lo stesso destino del poeta bambino, consapevole che la poesia è bellissima missione, ma anche fardello e martirio, e conferma che i veri poeti, anche quelli dello schermo, sono quelli scomodi anche dopo tanto tempo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
22 aprile 21.30
MANGE CECI EST MON CORPS
Michelange Quay


Scritto e diretto da Michelange Quay
Cast: Sylvie Testud, Catherine Samie, Hans Dacosta Saint-Val, Jean Noël Pierre Francia/Haiti, 2007105 min.
 
"L'afrohaitiano Michelange Quay era molto atteso alla prova del primo lungometraggio, Mange, ceci est mon corps (2007), presentato in anteprima mondiale a Toronto, e poi via via al Sundance, a Rotterdam, Hong Kong, Edimburgo, New York, Miami – dove ha vinto il Gran Premio della Giuria – fino a sbarcare sulla Croisette, all'interno della rassegna organizzata dall'Association du Cinéma Indépendent pour sa Diffusion (ACID).
Interpretato da un cast chimicamente composito – Silvie Testud, giovane musa del nuovo cinema francese di frontiera, insieme a una veterana della Comedie Française come Catherine Samie, due folgoranti interpreti non professionisti (Hans Dacosta St Val e Jean-Noel Pierre) e dieci ragazzini haitiani, ex-bambini di strada e ora performer inquadrati dalla Fondazione Kroma – Mange, ceci est mon corps non delude quanti auspicavano un'opera prima in grado di confermare il vigore plastico e surreale di Quay, ma non mancherà di sconcertare lo spettatore-tipo del cinema del sud, africano o delle diaspore, che pretenda di verificarne la spendibilità ai fini di un discorso didascalico sui rapporti nord-sud in epoca di crisi della globalizzazione.
 
 
29 aprile 21.30
Institute Benjamenta
Stephen Quay, Timoty Quay.
[Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life , Gran Bretagna, Giappone, Germania, 1995, Drammatico, durata 104', b/n]   Regia di Stephen Quay, Timothy Quay
 
Poco utile cercare di raccontare o spiegare la trama di Institute Benjamenta, primo film non di animazione dei fratelli Quay, tratto dallo Jakob von Gunten di Robert Walser.
Atmosfera kafkiana, luogo e personaggi calati in una dimensione di isolamento e prigionia, presenza di uno sfuggente universo simbolico, metaforica riflessione sull’assenza d’amore e sulla società del potere, basata su rapporti servo-padrone, su sistemi di controllo, su protocolli ripetuti fino all’inverosimile…
Straordinarie le prove degli attori e ipnotiche alcune sequenze di movimento.
Il film è stato accolto senza entusiasmi alla sua uscita ma è diventato nel corso degli anni un oggetto di culto.
Un’esperienza sensoriale cui abbandonarsi.