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MARZO

MARZO - cinemAnemico
IL VENTO DELL'EST


-TAXIDERMIA
-DELTA
-JOHANNA
-DUST
VENERDI 5 MARZO  21.30

TAXIDERMIA
(ungherese subtitle italiano)
Di György Pálfi


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Regia e sceneggiatura: György Pálfi
Soggetto: Lajos Parti Nagy.
Fotografia: Gergely Pohárnok
Montaggio: Reka Lemhenyi
Musica: Amon Tobin
Interpreti: Csaba Czene, Gergely Trócsányi, Piroska Molnár, Adél Stanczel, Marc Bischoff, Gábor Máté, Zoltán Koppány, Géza D. Hegedüs, Erwin Leder
Paese: Ungheria
Anno: 2006
Durata: 90'

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TRAMA
La storia surreale e grottesca di tre generazioni: il nonno erotomane, il figlio campione fallito di ‘abbuffata veloce’ e il nipote tassidermista. Tre episodi che si intersecano in cui il corpo, con in suoi desideri e le sue necessità, è l’assoluto protagonista. In cui il sublime viene attinto nel punto più estremo dell’umana materia, tra escrementi, vomito, umori e secrezioni.

 
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Taxidermia

(De)Generazioni di un artista di merda

 
Capolavoro assoluto di un giovane regista ungherese, che rielabora con lucida crudeltà quei materiali che nessuno di noi vorrebbe mai vedere farsi cinema

György Pálfi è un "artista di merda"? A giudicarlo così, dalla prima impressione suscitata dai suoi "disgustosi" film, si direbbe proprio di sì. Come l’antieroe autobiografico del romanzo di Philip K. Dick (Confessions of a Crap Artist, da leggere tassativamente in lingua originale per apprezzare i geniali slittamenti di senso operati attraverso l’utilizzo di un peculiare argot sud-californiano), Pálfi costruisce ineffabili oggetti d’arte partendo dallo scarto dei materiali di scarto, le frattaglie di una civiltà che anche nell’era del riciclo mantiene un residuo ontologicamente "irrecuperabile": György Pálfi ha scelto di agire su questi non-materiali, la feccia dell’universo di segni e codici che hanno informato il cinema in più di cento anni di storia, pezzi avariati di immaginario che nemmeno il più intransigente Caronte del trash oserebbe anche solo sfiorare. Già il suo precedente lungometraggio d’esordio, il devastante Hukkle, faceva a pezzi tutto ciò che prendeva di petto, con una ferocia dissacrante che si accompagnava altresì a una lucidità che non lasciava scampo; ma se possibile il suo nuovo Taxidermia (tratto da tre novelle di Lajos Parti Nagy molto liberamente riadattate) si spinge persino oltre.
Ed è proprio Taxidermia a sancire un ulteriore motivo di accostamento fra la parabola artistica del giovane (classe 1974) cineasta di Budapest e il protagonista del romanzo dickiano. Come quest’ultimo, infatti, Pálfi rischia di restare incompreso ai più: troppo indigesto il suo cinema, troppo crudele il suo gestus artistico, troppo "inguardabile" l’iconografia cui fa riferimento, per raccogliere consensi. Probabilmente Taxidermia è stato il miglior film dell’intero programma del 59° Festival di Cannes. Il risultato: pochi applausi (perlopiù "ispirati" dal sussiegoso direttore artistico Thierry Fremaux), un mare di fischi, critiche ferocissime (quelle italiane, poi, battono ogni record) oppure – e forse è l’opzione più avvilente – improntate a una generica e indifferente sufficienza. È comprensibile: opere come Taxidermia sono in grado di far crollare più di una certezza, dunque è bene tenersene alla larga. Chi potrebbe biasimare per questo i pavidi giannizzeri della critica, pronti ad applaudire, complici e conniventi, il prossimo Gran Cavaliere dell’ennesimo "rilancio del cinema medio" (italiano e non)?
Chi invece vuole per una volta provare il brivido dell’imprevisto al cinema, provi a fare un giro sulla giostra di Taxidermia. Qui non c’è nulla di "medio", pertanto mettetevi l’anima in pace. Anzi, "lasciate ogni speranza, o voi che entrate", perché Taxidermia è un vero è proprio girone infernale. Tre episodi legati tra loro da una contiguità "generazionale", nel senso che sullo schermo si succedono le vicende grottesco-surreali-orrorifiche di tre generazioni della medesima famiglia: un ufficiale dell’esercito magiaro schiavo delle proprie pulsioni erotomani, uno sportivo di primissimo piano specialista nella nobile arte dell’abbuffata a oltranza, un artigiano abilissimo nella nobile arte della tassidermia che al tempo stesso fa da balia all’anziano padre ormai ridotto a una disgustosa, immobile massa di grasso. Attraverso questi tre racconti esemplari, sanciti dallo scorrere dei fluidi corporei (sperma nel primo episodio, saliva nel secondo, sangue nel terzo), Pálfi dispiega un campionario di nefandezze tali da collocarsi ben oltre la mera distinzione tra buon gusto e cattivo gusto; le quali nefandezze garantiscono da sole l’asse di continuità fra i vari segmenti, a dispetto degli scarti di tono e di registro fra l’uno e gli altri. Se il primo episodio, infatti, ha la struttura di una commedia grottesca alla maniera del cinema dell’Est-Europa degli anni Sessanta (viene in mente il cinema di Jiri Menzel o quello di Jeržy Skolimowski), il secondo oscilla tra il Ferreri più intransigente (La grande abbuffata sembra essere il punto di riferimento imprescindibile) e lo Jodorowsky più visionario, mentre il terzo si immerge nell’horror claustrofobico e opprimente, secondo una tradizione che dagli illustri epigoni di oggi – Eli Roth, Takashi Miike – risale su fino (almeno) a Romero. L’approccio alla carne putrida della materia narrativa è puramente intellettuale, e Pálfi non fa nulla per nasconderlo, ma anzi ne ostenta i caratteri più facilmente riscontrabili, quasi a voler sottolineare che non esiste altro modo per affrontare un’immersione in acque così malmostose. E allora, da vero "teorico" della messa in scena dell’Apocalisse dell’umanità, persegue con matematica precisione la distruzione di ogni possibile fonte di consolazione, sollievo, speranza. L’universo messo in scena in Taxidermia è già post-apocalittico nel corso della gioventù del Ventesimo Secolo, e mano a mano che si va avanti con le generazioni non può fare altro che degenerare ulteriormente; come tarati internamente da una qualche misteriosa quanto devastante radiazione, gli uomini e le donne di Taxidermia perdono progressivamente brandelli di umanità, trasformandosi in esseri dominati da puri istinti pulsionali – la fame, il sesso, l’amore, l’odio, il senso di possesso – e poi neanche in quelli; in ultima, estrema ratio, divengono letteralmente degli animali impagliati, involucri imbottiti ad arte, simulacri di ciò che non sono più: esseri umani.
In tale ottica, l’ultima sequenza, tanto elegante e sinuosa quanto estrema e disturbante, chiude perfettamente il cerchio: il processo si è compiuto con lucida determinazione, e non ha lasciato scampo a nessuno. Provate a vedere quest’ultima sequenza e a distillare da essa il senso di tutta l’operazione: il quadro che ne emerge è a dir poco sconcertante, eppure non avete la spiacevole sensazione che somigli un po’ troppo a quanto vedremo, di lì a poco, al di fuori del cinema?

 
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VENERDI 12 MARZO 21.30

DELTA
(ungherese subtitle italiano)
Di Kornél Mundruczó




[attachmentid=1299]

 
regia
Kornél Mundruczó

con
Félix Lajkó
Orsolya Tóth
Lili Monori
Sándor Gáspár

Ungheria - Germania

2008 - 92'


Un giovane torna a casa sul delta di un fiume imprecisato dell'est europeo. Il suo ritorno rompe gli equilibri nella sua famiglia. Il rapporto che si instaura con la sorella, mai conosciuta, non può essere tollerato dalla comunità.

 


L'ultimo film di Kornél Mundruczó, il regista di Johanna, interpretato dalla stessa Orsi Tóth, ha il pregio dell'essenzialità. Pochi e scarni dialoghi lasciano allo spettatore il compito di riempire i vuoti di una storia d'amore che si addentra in un campo minato come l'incesto, senza cercare lo scandalo.

 
 


Il film ha avuto un parto complicato, per certi versi simile all'ultimo lavoro di Bela Tarr, nume tutelare del giovane regista ungherese. Il protagonista è morto durante le riprese e Mundruczó ha dovuto rigirare il film con un altro attore (il musicista Félix Lajkó) stravolgendo la sceneggiatura. Ha tolto un sottotesto giallo: il sospetto da parte del giovane del coinvolgimento della madre e del suo amante nella morte del padre, personaggio eliminato, e la conseguente indagine.

Quello che rimane è il fiume, un rapporto d'amore che fa tremare i polsi e l'intolleranza di una comunità. E non è poco.


 
 








VENERDI 19 MARZO  21.30


JOHANNA
(ungherese subtitle italiano)
Di  Kornél Mundruczó



[attachmentid=997]

Regia: Kornél Mundruczó
Interpreti: Orsolya Toth, Zsolt Trill, Eszter Wierdl
Paese: Ungheria
Anno: 2005




 


Miracolosamente sopravvissuta a un'overdose, la tossicodipendente Johanna, grazie alle premure di un giovane dottore, diventa infermiera nell'ospedale in cui è stata salvata e decide di dedicare la vita agli altri. Comincerà a guarire i pazienti senza bisturi, semplicemente donando loro il proprio corpo. Ma ciò non sarà visto di buon occhio dai medici.
Opera davvero curiosa questa trasposizione della vicenda di Giovanna d'Arco ai giorni nostri che, oltre all'estrosa rilettura del personaggio storico, vanta il primato di essere la prima ad utilizzare un'Opera appositamente composta. La colonna sonora è infatti una suggestiva Opera sulla quale si adagiano i dialoghi dei personaggi. Bellissima la fotografia virata al giallo/verdastro che proietta umori logori e stagnanti nei corridoi e nelle stanze dell'ospedale e il lavoro sulle luci, col volto di Johanna che stancamente emerge dalle tenebre.



VENERDI 26 MARZO

DUST
(inglese-macedone-turco subtitle italiano)
Di Milcho Manchevski



Titolo: Dust (Id.)
Regia: Milcho Manchevski
Sceneggiatura: Milcho Manchevski
Fotografia: Barry Ackroyd
Interpreti: David Wenham, Joseph Fiennes, Adrian Lester, Rosemary Murphy, Nikolina Kujaca, Anne Brochet, Vlado Jovanovski, Salaetin Bilal, Vera Farmiga, Matthew Ross, Meg Gibson, Tamer Ibrahim, Louise Goodall, Vladimir Jacev
Nazionalità: Regno Unito – Germania – Italia – Macedonia, 2001
Durata: 2h. 07′

Far West: Elijah e Luke sono due fratelli molto diversi che si innamorano della stessa donna. Quando questa decide di sposare Elijah, Luke decide di portare il Vangelo della propria pistola nell’Europa dell’Est per provare a catturare un criminale ricercatissimo, l’Insegnante, in modo da incassarne la taglia…


Dopo aver vinto all’esordio il Leone d’Oro a Venezia nel 1994 con Prima della Pioggia, Milcho Manchevski è stato lontano dai set cinematografici per quasi 7 anni. Ufficialmente stava preparando proprio Dust, e questa è stata la sua risposta a chi – a Venezia 2001 – gli chiedeva come mai ci avesse messo così tanto per girare un altro film. In effetti Dust è un film complicato, che mescola diversi piani temporali diversi ed è ambientato in due continenti, girato con stili e tecniche diverse e con molti effetti speciali. Una cosa che forse non ci si aspetta da un regista macedone, ma che si adatta benissimo a questa strana storia western in cui, invece di andare all’Ovest, si va ad Est.

A prima vista la trama sembra perfettamente lineare e logica, e sembrerebbe assolutamente inutile la cornice moderna attraverso la quale le vicende ci vengono raccontate. In realtà le scene ambientate nella New York dei giorni nostri sono tra le migliori del film (sicuramente le più divertenti), e sono utilissime per facilitare il passaggio tra un luogo e l’altro ed un momento e l’altro della vicenda principale, nascondendo anche alcune imperfezioni di sceneggiatura.

Visivamente il film è molto particolare, perché come detto unisce tecniche diverse: le scene “moderne” sembrano un film d’azione hollywoodiano, il cinegiornale cui Luke assiste all’inizio della pellicola è girato come se fosse un film dell’epoca e le sparatorie (a dir la verità un po’ confuse) sembrano voler assomigliare ai film di Sam Peckinpah. Gli effetti speciali computerizzati vengono usati a fini narrativi (fantastica la scena dei 200 soldati turchi che diventano 20) e lo stile visionario finisce per avvolgere lo spettatore e non fargli sentire le oltre due ore di proiezione. La cosa, però, funziona solo se si entra nella mentalità di non aver davanti un film impegnato, un film sulla Storia della Macedonia, ma un “semplice” western ambientato al di fuori degli Stati Uniti.

Sottolineate dalle musiche di Kiril Dzajkovski, che a tratti sembrano uscire da un film cinese e in altri sembrano scritte da Goran Bregovic, nel film sono più o meno nascoste numerose citazioni, da Sympathy for the Devil dei Rolling Stones a Corto Maltese al Canto di Natale di Dickens, oltre alle influenze stilistiche di cui s’è detto. Tutte queste cose possono sembrare un facile modo per arruffianarsi il pubblico, ma in realtà finiscono per dare alla pellicola uno spessore che poche altre hanno, finiscono per trasformare un “semplice” western in un gran film.