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MARZO

MARZO - cinemAnemico

Nazar boncuk
( un occhio sul cinema turco )

Venerdì 16 MARZO 2012

MUTLULUK

 Un film di Abdullah Oguz

con Özgü Namal, Talat Bulut,

Murat Han, Mustafa Avkiran

Turchia, 2007

 

Il film, tratto dal libro di uno dei maggiori autori turchi, Omer Zulfu Livaneli, che firma anche le musiche, si snoda lungo l'arco di un viaggio che racconta aspetti moderni e tradizionali della Turchia. Livaneli, nato ad Ankara sessant'anni fa, ha all'attivo quattro romanzi tradotti in 11 lingue in tutto il mondo ed e' anche impegnato nell'attivita' politica: per le sue battaglie per i diritti umani e' stato anche in carcere. Protagonisti sono una ragazzina inconsapevole, un ex soldato, un intellettuale in crisi: tre personaggi che provengono da storie e culture lontane si incrociano per raccontare le diverse anime della Turchia di oggi. A fare da sfondo e dare forza al loro incontro, i paesaggi meravigliosi dell'entroterra e della costa turca, in una storia a tinte forti. Infatti il film racconta di una ragazza analfabeta (Meryem), che vive in una provincia sperduta della Turchia dove vigono ancora severe leggi tradizionali, che viene stuprata, ma tutti la credono prostituta e secondo la legge ci sono solo due scelte possibili: il suicidio o la morte per mano di un membro del clan. Sarà Cemal, figlio di Ali Riza, capo della famiglia della ragazza nonché cugino del padre, tornato dal servizio militare a dover compiere il destino di Meryem ad Istanbul. I due partono ma l'antico affetto familiare avrà la meglio. Lungo il viaggio incontreranno Irfan, un professore universitario che gira in barca, senza una meta precisa, di sicuro alla ricerca di sé e della felicità. I tre iniziano così un percorso di conoscenza reciproca, ma anche di presa di coscienza di sé, dei propri sogni e desideri.


Vincitore del Salento International Film Festival 2008 con questa motivazione: "Per la freschezza narrativa, l'estrema importanza dell'argomento, urgente per un Paese come la Turchia, immerso a metà in tradizioni arcaiche e a metà in un' autentica pulsione al rinnovamento e alla modernità". La narrazione è dosata bene seguendo i nodi della trama, gli aspetti caratterizzanti dei personaggi e delle realtà raccontate sono ben visibili; raffinata la ricerca della gestualità e delle riprese simboliche dei momenti più drammatici, come quella dall'alto con cui inizia il film, che scende poi lentamente in un vortice sulla ragazza appena stuprata, a dare subito il senso dell'angoscia e del dramma vissuto.

 

 

 


Venerdì 23 MARZO 2012

SONBAHAR

 

Un film di  Özcan Alper

con Onur Saylak, Megi Kobaladze, Serkan Keskin, Raife Yenigül,

Nino Lejava, Sibel Öz,

Cihan Camkerte, Serhan Pirpir, Yasar Güven

Drammatico, durata 99 min.

Germania, Turchia, 2008


Il film racconta l’epilogo triste di una vita giovane ma senza più speranza, quella di Yusuf, un giorno brillante studente di matematica e attivo nei movimenti libertari giovanili a Istanbul, e oggi di ritorno a casa, fra le gole dell’altopiano anatolico sopra il Mar Nero, dopo dieci anni di carcere duro a seguito di moti studenteschi stroncati da repressione feroce. Il carcere lo ha distrutto, i polmoni sono malati e quello che resta è il bisogno dell’animale ferito che vuol tornare a morire nella sua tana. La vecchia madre lo accoglie con dolcezza premurosa, lo circonda di quelle piccole attenzioni che solo le madri s’inventano, il passato irrompe nel sonno con flash back di manifestazioni, scontri, irruzioni di militari, ma il breve presente che gli resta è ormai fermo in quella vecchia casa povera, addossata alla montagna, dove si consuma un tempo antico, e la madre contadina si muove silenziosa fra le sue faccende, dove i vecchi libri di un tempo non hanno più nulla da dire e dove sembra addirittura strano che squilli un telefono o si veda lo schermo di un televisore. Fuori è autunno e spesso nuvole basse coprono il fondo della vallata che Yusuf si ferma a guardare a lungo, fumando in silenzio fino all’attacco di tosse che lo costringe a spegnere. Yusuf non racconta, neppure alla madre o all’amico di vecchie scorribande, naufragato anche lui in paese a fare il falegname e mai più tornato in città. Il suo sguardo sul mondo è tutto in quegli occhi che guardano assorti e sembra che s’imbevano di quei colori, la vista di bambini che giocano lo trattiene per un attimo, sembra stia per sorridere, e poi c’è il mare, in fondo a quella banchina, quando scende in città. Il mare irrompe nel film a poco a poco, con l’arrivo di Eka, ragazza madre georgiana, immigrata con visto in scadenza, prostituta per mantenere la figlia lontana, un viso smarrito di bambola dell’Est.

 

 

Il ritorno, per caricarsi di un afflato letterario, deve partecipare al dolore della perdita, del rimpianto, del rimorso. Deve portarci a rivedere, per l’ultima volta, qualcosa che sta per scomparire, o  farci percepire la fredda scia di vento lasciata da qualcosa che se ne è appena andato. Il rientro solitario, verso un’intimità isolata e remota, fa pensare al Sokurov di Madre e figlio, in cui i due protagonisti si aggrappano disperatamente l’uno all’altro, in mezzo ad un vuoto sterminato, e accanto all’incombente presenza della morte. Per Yusuf, che, dopo dieci anni trascorsi in carcere, riabbraccia l’anziana madre nella sua casa sperduta tra le montagne della Turchia, la ritrovata libertà è solo la triste occasione di prendere congedo dal mondo: Yusuf è infatti gravemente malato, ed è ormai senza speranza.  Suo padre non c’è più, e nemmeno la sua fidanzata di allora, che nel frattempo si è sposata. Gli amici sono invecchiati, in parte abbrutiti dalla rassegnazione ad una vita che non ha mantenuto le promesse della gioventù. Gli ideali che avevano portato Yusuf, studente di matematica, a manifestare per le strade, si sono spenti per sempre, soffocati dalla repressione politica, e dall’immobilità di un contesto sociale in cui tutto langue in un’inutile attesa di riscatto. In questa situazione di stallo, sforzarsi di vivere significa accontentarsi delle briciole, cercare di strappare con le unghie, ad un’esistenza avara, e consumata dalla storia, quel poco che rimane da prendere. La lotta di Yusuf prosegue entro i ristretti confini del suo microcosmo familiare, nel breve, residuo intervallo di tempo che ancora gli è concesso; ed è una sfida a godere quanto più possibile, a procurarsi tutte le gioie che la prigionia gli ha negato: l’amore di una donna, l’affetto di una madre, la pace della campagna, la bellezza della natura. Poco importa se la donna è una prostituta, la madre è ormai priva di forze, la campagna è avvolta nelle nebbie dell’autunno (sonbahar), e la natura si sta addormentando sotto le prime nevicate. C’è ancora uno scampolo di luce e di aria da poter assaporare, e quello che per gli altri è solo un disprezzabile accomodamento, per Yusuf ha l’inestimabile valore delle cose ultime, delle conquiste estreme, dei sogni realizzati contro ogni ragionevolezza.  L’uomo si sente comunque vittorioso di fronte ad un destino che lo sta travolgendo, perché forte del romantico orgoglio di non essersi mai arreso. Yusuf sta fermo in piedi sul molo, mentre le onde di un mare in tempesta lo sovrastano minacciose: non si scosta, e si lascia invece trascinare da quel sinistro incanto, fiero di guardare in faccia quel nemico tanto più potente di lui. La pittura di Caspar David Friedrich, con i suoi scenari fatti di grandi spazi ed imponenti elementi naturali, in mezzo a cui si aggirano, smarrite, piccole figure umane, ritorna in questo film, come già nel capolavoro di Sokurov; ritorna a portare quella spettacolarità crepuscolare in cui la meraviglia è adombrata dalla paura; e ad ispirare un compassionevole, eppure nobilissimo, ritratto della nostra condizione di esseri condannati a soffrire, e a chiedersi incessantemente perché.

Venerdì 30 MARZO 2012

BES VAKIT


Un film diReha Erdem

con Özkan Özen, Ali Bey Kayali, Elit Iscan,

Bülent Emin Yarar, Taner Birsel

Drammatico durata 110 min.

Turchia, 2006


Un povero paesino disteso sotto alte montagne rocciose, affacciato sull'oceano e ricoperto di ulivi. I contadini che lo abitano sono persone semplici e tenaci che lottano ogni giorno per resistere. Si guadagnano da vivere ricavando quello che possono dalla terra e dai pochi animali che possiedono. La vita quotidiana è scandita in cinque momenti, le cinque chiamate alla preghiera. I bambini vengono cresciuti secondo gli insegnamenti che gli adulti hanno appreso dai genitori. Ömer, Yakup e Yildiz, tre ragazzi di circa dodici anni, vivono qui. Ömer, figlio dell'Imam desidera la morte del padre. Quando capisce che i suoi sogni non sembrano realizzarsi, inizia a pianificare metodi infantili per ucciderlo. Il suo amico Yakup, è innamorato della professoressa. Nasconde anche ad Ömer il senso di colpa che lo affligge. Un giorno, scopre il padre spiare la professoressa e inizia a desiderarne la morte. Yildiz, unica ragazza del gruppo, studia e, contemporaneamente, si occupa delle faccende domestiche che la madre le ha imposto. Nel frattempo, scopre con rabbia i segreti dei rapporti fra uomini e donne...

Beş vakit in italiano significa “cinque volte”. Secondo l’Islam un musulmano deve eseguire le preghiere rituali (salāt) cinque volte al giorno: al mattino; a mezzogiorno; a metà pomeriggio; al tramonto; un’ora e mezza dopo il tramonto.E difatti il film è suddiviso in cinque capitoletti che scandiscono il momento della preghiera. Tali capitoli però vengono presentati anticiclicamente: si parte dalla notte con un fantastico Campo Lunghissimo notturno del paesino sovrastato dalla luna, e si conclude con una panoramica dell’orizzonte albeggiante. In questo salto mortale all’indietro che inciampa in avanti ci vengono presentate le vite bucoliche di un grumo d’abitazioni sparse fra il mare ed i monti. Ruvidi ritratti agresti di genitori che trattano i figli come bestie, e le bestie come figli. Sospese nel tempo (e nel vento) queste famiglie vivono, o forse non-vivono, la loro esistenza che si ripete inesorabile: il terreno da coltivare, la nascita di un vitello, la costruzione di un muro. I bambini sono gli unici esseri che ancora non riescono a capire, o magari capiscono tutto: uno vuole uccidere ad ogni costo il padre Imam: gli svuota le pillole, apre la finestra di notte per far entrare aria fredda, fantastica di lanciarlo giù da una roccia. Un altro è innamorato della maestra al punto di non lavarsi più il dito sporco del sangue della donna. La bellezza estetica di Beş Vakit è sconvolgente. Ogni singola inquadratura è di una profondità difficile da riscontrare in altre pellicole. Sia che la mdp riprenda di spalle i bambini vaganti nelle viuzze pietrose, o che immortali tramonti infuocati, il film non perde la sua cifra poetica che ha un valore aggiunto nella semplicità con cui cattura le cose: il bambino in ombra rannicchiato dentro sé che attende il sole sorgere è di una delicatezza senza pari. Purtroppo il difetto principe è che a cotanta bellezza visiva non corrisponde un racconto adeguato. Manca l’elemento imprescindibile della solida narrazione poiché le varie storie sono estremamente fragili, non incidono nello spettatore, sopratutto nella prima ora dove accade ben poco. Senza un impianto estetico di questo calibro il film sarebbe debole, ma per fortuna c’è.

 

 

 

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