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APRILE

APRILE - cinemAnemico

IMMAGINARIO 


IMMAGINATO


RASSEGNA DI CINEMA EST EUROPEO

 

Venerdì 5 aprile

Püha Tõnu kiusamine

(The Temptation Of St. Tony)

( Estone, russo, inglese, francese, tedesco- subtitle italiano)

Un film di  Veiko Õunpuu.   Taavi Eelmaa, Ravshana Kurkova, Tiina Tauraite .

Drammatico, durata 110 in. – Estonia, 2009

Püha Tõnu kiusamine è un film di folgorante bellezza.

Basta poco (un bizzarro corteo funebre di herzoghiana memoria) per capire che il regista estone classe ’72 Veiko õunpuu ha talento da vendere. Come il suo collega e quasi connazionale Sharunas Bartas, egli propone una carrellata di esseri umani che difficilmente sembrano appartenere a tale categoria. Ma la tipica malinconia bartassiana qui viene sostituita da un surrealismo che incamera sequenza dopo sequenza misteriosi interrogativi a cui non è possibile dare risposta. Vieppiù che la regia di õunpuu risulta incredibilmente diversificata, per cui l’immagine passa da una sospensione piano-sequenziale degna del miglior Tarr a rabbiose accelerazioni estetiche che mozzano il fiato.

Ciò comporta un disorientamento tangibile, tuttavia la bussola per muoverci adeguatamente viene fornita fin da subito.

Eggià perché la chiave di lettura attraverso la quale comprendere l’opera risiede nelle parole di Dante sovraimpresse sullo schermo prima che tutto abbia inizio. Il primo verso della Divina Commedia delinea il quadro diegetico poiché abbiamo Tony, un uomo sulla quarantina, ricco, con un bel lavoro e una bella moglie, che si ritrova in una selva fatta di tenebra dove decine e decine di mani mozzate galleggiano sulla superficie paludosa. L’Inferno inizia da qui e senza cantiche o gironi la popolazione che lo abita non ha nulla da invidiare a quella narrata dal Sommo Poeta. Il problema, per il protagonista, è che i simili a cui va incontro non pagano nessun tipo di contrappasso ma anzi perpetrano il male imperterriti. Gli esempi si susseguono a ritmo incessante attraverso una progressione onirica di elevatissima densità; basta prendere il tizio sopravvissuto all’incidente che invece di invocare aiuto chiede se può sedersi nella lussuosa macchina di Tony. Questo episodio apre la strada ad altri di simile fattura dove la tesi del regista è quella di inscenare una sorta di martirio in cui il personaggio principale è l’UNICO a farsi delle domande di tipo etico (“cos’è la bontà?”), mentre il resto del mondo si interessa a tutt’altro: la polizia di frontiera, mai così estrema, adotta metodi poco ortodossi durante le interrogazioni, gli amici di Tony parlano di scambi di coppia e rabbrividiscono (giustamente, ve lo assicuro) alla visione di un barbone oltre la finestra, il proprietario della fabbrica licenzia i dipendenti per una piccolissima percentuale di difetto.

In questo percorso Tony non è solo. Egli trova in un cane, da lui ucciso e forse resuscitato per il suo pentimento, un Virgilio come guida e una Beatrice di bianco vestita come amore vero. Ma la debole presa di questi due personaggi rispetto all’angoscioso contesto che stritola ogni cosa fa sì che l’accompagnamento diventi una rincorsa, e così quando assistiamo al magnifico dialogo fra il sacerdote luciferino e il Nostro in cui si palesa l’assoluta latitanza di una fede, Tony si inoltra in un delirante sottomondo che lo porterà al totale smarrimento di sé.

(http://www.asianworld.it)

 

 

Venerdì 12 aprile

Angelus

(Polacco - subtitle italiano)

 Un film di   Lech Majewski. Con   Jan Siodlaczek, Pawel Steinert, Daniel Skowronek

Commedia durata 110 min. - Polonia, 2001

è una commedia surreale sulla storia di un piccolo paesetto polacco durante la grande guerra, il comunismo e la guerra fredda... tutto visto in chiave ironica attraverso un gruppo di personaggi strampalati, compagnoli-minatori, che ricevono 3 indizi per intuire la fine del mondo dalla loro guida spirituale in punto di morte: UNA GRANDE GUERRA, UNA PIAGA ROSSA E UN FUNGO ENORME

(http://www.asianworld.it)

 

Venerdì 19 aprile

A Torinói ló

(The Turin Horse)

(Ungherese, tedesco - subtitle italiano)

Un film di  Béla Tarr e Ágnes Hranitzky.  Con  János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos.

Drammatico, durata 146 min. – Ungheria, 2011

In sei giorni, è detto, Dio creò la terra, l'uomo e tutte le cose viventi. In sei giorni Bela Tarr li distrusse. Il settimo giorno, quando l'alba del mondo si rivelò infine come un tramonto, i due si riposarono insieme in seno al pieno nulla dell'essere.

"Il cavallo di Torino", ultimo lavoro del regista ungherese Bela Tarr, è il racconto di sei giorni della vita di un uomo, di sua figlia e del loro cavallo, figure esemplari di un'esistenza che scivola nell'oblio lentamente. Il film inizia con una conclusione, quella della vita pubblica del filosofo tedesco Nietzsche. Una conclusione che precede l'immagine ed il margine visibile del film che risuona dal profondo nero dello schermo con le sembianze di una voce che racconta una storia vera: "A Torino il 3 Gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dal portone numero 6 di via Carlo Alberto", alla vista di un cocchiere senza nome - "Giuseppe? Carlo? Ettore?" - che brutalmente frustava il suo cocciuto cavallo perché si rifiutava di muoversi il filosofo si lancia ad abbracciare il cavallo piangendo. Ultimo gesto di un Nietzsche che scivola nell'oblio dell'insanità mentale.

L'apocalisse di Tarr scende inesorabile sul mondo con l'esplosione della follia di Nietzsche o con la lenta agonia del cocchiere e della figlia, i cui destini sono legati con un doppio filo al malconcio cavallo anch'esso destinato a quella stessa morte, a quello stesso nulla che cala inesorabile sulla terra tutta. Un'apocalisse invisibile che ha il sapore della vita stessa, della vita umana che si ripete come un ossessione imitando i cicli della natura, imitando un ordine insensato perché il vivere senso alcuno non ha: mangiare, dormire, dormire, mangiare e, alle volte, sedersi per guardare fuori da una finestra (che potrebbe essere benissimo un televisore). La vita è un nulla che si ripete, un nulla che Tarr riprende magistralmente con un ricco bianco e nero senza bisogno di sensazionalismo e quasi nemmeno di una trama per un film che si posa delicato sulla vita come un velo e come un velo ne lascia intravedere le forme. Deve essere detto: è faticoso seguire la vuota vita dei personaggi de "Il cavallo di Torino", la stessa cinepresa lentamente si impigrisce smettendo di pedinarli e osservando i loro movimenti sempre più da lontano, sempre più immobile forse anch'essa trascinata nell'inedia. O forse il mondo tutto sta rallentando il suo movimento, forse la sua orbita ellittica sta collassando annoiata anch'essa, anch'essa avvinta da una parabola che si perde tra le spire dei mulinelli disegnati dal vento.

È questa la parabola di uomini senza nome e senza voce, di uomini piccoli che non fanno la grande storia. Rare le tracce di vita: la visita inaspettata di un ospite che prova ad esprimere il suo sdegno per il cataclisma che silenzioso trascina nella rovina e nel degrado l'orripilante creato. E intanto Dio tace, e intanto i potenti giocano con la Storia per i proprii interessi. La voce risuona poderosa tra il silenzio, ma alla fine dei conti l'ospite non vuole altro che chiedere dell'alcol: ponomen! O il passaggio fugace di una carrozza di gitani e della loro maledizione: il pozzo si prosciugherà, il fuoco non si accenderà più. Ciò che già a stento si poteva chiamare "vita" ora è solo pura rovina. E nuovamente le voci svaniscono e torna la litanica ouverture musicale che si ripetete e interrompe ossessivamente come le azioni dei personaggi. L'abisso dell'eterna ripetizione è l'inferno terreno, gli uomini i dannati senza alcuna possibiltà di redenzione, ignari e ciechi destinati a patire il supplizio di Sisifo - l'uomo che non sa forgiare col martello della volontà il ritorno dell'identico ne subisce il gravoso fardello che diviene tutt'uno col vivere stesso.

Per quanto cercata non esiste fuga da questa cosmica tragedia degli individui, forse resta solo la speranza di sopravvivere anche quando il lume della ragione, consumandosi come la vita, si affievolisce e infine si spenge. Un Bela Tarr impeccabile denuda di ogni velleità il vivere scolpendo sulla pellicola de "Il cavallo di Torino" il nulla che ne rimane, una sofferenza umana e gratuita il cui depositario è il muto cavallo. Un film difficile e intenso, ultime tracce di celluloide lasciate da un grande regista.

(Simone Pecetta - http://www.ondacinema.it/film/)

 

Venerdì 26 aprile

Kak ya provel etim letom 

(How I Ended This Summer)

(Russo - subtitle italiano)

Un film di Aleksey Popogrebskiy.  Grigoriy Dobrygin, Sergey Puskepalis, Igor Chernevich.

Drammatico, durata 130 min. – Russia, 2010

 

La storia si svolge su un'isola dell'Artico, a nord della Chukotka, dove ha sede una stazione meteorologica. L'esperto Sergei e il giovane Pavel trascorrono l'estate nella base di ricerca, in completo isolamento. Il loro compito è inviare, regolarmente, i dati acquisiti alla direzione centrale. Un giorno Pavel riceve via radio il messaggio che la moglie e il figlio del compagno sono in gravissime condizioni in seguito a un incidente. Non ha però il coraggio di riferire a Sergei la drammatica notizia.

Due soli attori, che offrono due ottime interpretazioni, e una terza potente protagonista: l'ambientazione, la natura splendida quanto inospitale di una terra alla fine del mondo. Un paesaggio perfetto per esplorare i comportamenti, la psiche umana in condizioni di vita estreme.

Se da una parte il film mostra con insistenza il fascino desolante della Chukotka, sfruttando anche le diverse sfumature dell'estate boreale che confonde i limiti temporali, dall'altra punta l'obiettivo sui rapporti tra i due personaggi. L'esperto e burbero Sergei, che sembra sentire quel luogo come la propria casa, e il giovane scansafatiche Pavel, che passa il tempo ascoltando musica con le cuffie, giocando ai videogiochi e gironzolando. Un incontro-scontro tra due persone diverse che, inaspettatamente, gira a un certo punto a thriller psicologico di sopravvivenza, ma che è anche un racconto di formazione con l'atteggiamento scontroso e insieme paternalistico di Sergei nei confronti del compagno più giovane. È infatti intorno alla fragilità di Pavel che gira molto del film. Alla sua mancanza di senso di responsabilità e di coraggio (nel riferire a Sergei la drammatica notizia sulla sua famiglia appresa via radio) che fa crescere in lui la paura, la tensione, il rimorso, la paranoia che lo porta a compiere gesti incomprensibili.

 

Un film rigoroso, ben recitato, che trova compiutezza nella bellissima ultima scena.

(http://www.asianworld.it)