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DICEMBRE

DICEMBRE - cinemAnemico

DISPERSI A CASO
Rassegna di film che non ci hanno fatto vedere

venerdì 2 dicembre 21.30

Phoebe in Wonderland

(inglese- subtitle italiano)

Un film di Daniel Barnz. Con Felicity Huffman, Elle Fanning, Bill Pullman, Patricia Clarkson, Ian Colletti.

Drammatico, durata 96 min. - USA 2008

Phoebe ha un sogno: partecipare all’allestimento scolastico di “Alice nel paese delle meraviglie”. Peccato però che il suo caratterino ribelle non le attiri le simpatie della sua inflessibile insegnante di recitazione, l’anticonformista miss Dodger. Decisa ad ottenere la parte, la bambina cerca di tenere una condotta irreprensibile, ma che la rende triste e nervosa portandola a rifugiarsi sempre di più nel fantastico mondo di Alice. Toccherà alla madre, anche lei in un delicato momento della sua carriera aiutare la figlia, grazie ai sapienti consigli della signorina Dodger…

 

venerdì 9 dicembre 21.30

            The Notorious Bettie Page


Questo film di Mary Harron è un’opera a lungo attesa, agognata dai cinefili più raffinati, quelli dal gusto collezionistico ricercato. Inspiegabilmente Bettie Page è rimasta per troppo tempo assente dai programmi dei produttori cinematografici, pur essendo la vita della modella ricca di quegli ingredienti storici e di costume, da sempre idonei a soddisfare una forte domanda di mercato. 
La vita di un personaggio femminile come Bettie Page non è stata mai trascurata dagli altri media, essa è stata per un certo periodo il simbolo di tutta un’epoca, l’emblema straordinario di una complessa evoluzione del costume sessuale che procedeva, a ritmi inarrestabili, verso forme di emancipazione femminile del tutto inedite.

Il periodo che va dal 1949 alla fine degli anni ’50 è caratterizzato infatti negli Stati Uniti da una significativa trasgressione dai rigidi costumi sessuali legati al puritanesimo, con una progressiva liberazione, tramite stampa e filmati brevi, da tabù considerati atavici che non ha precedenti; Bettie Page è stata, un po’ inconsapevolmente, tra le protagoniste di questa fase progressista diventando una donna il cui nome veniva sempre più associato a quello dello scandalo, del riscatto sociale con il naturalismo del corpo che metteva in scacco l’ipocrisia sollecitando il pubblico delle riviste a godere senza colpe le immagini erotiche la cui tiratura cresceva in modo esponenziale. Bettie è stata una precorritrice del femminismo più moderno.

Il film ha dei contenuti biografici e stilistici riusciti, sorprendentemente di buon gusto, equilibrati, mai fuori dal contesto del buon senso etico di un’epoca che vedeva, dopo la guerra, un sociale fortemente auto gerarchizzato sul piano morale fino al punto da rasentare a volte il masochismo. 
La pellicola non è un capolavoro, non ha grandi punte di emotività o intense drammatizzazioni, tuttavia regge bene il confronto con molti film americani degli anni ’50, di cui cerca di imitarne lo stile e i meccanismi letterari più noti, senza trascurare mai la fotografia, il cui idioma visuale, sfumato e composito, con varianti improvvise del gioco del bianco e nero e del colore, ben si amalgama con il linguaggio verbale, rafforzando la comunicazione e la scorrevolezza del racconto.
La regista e sceneggiatrice canadese Mary Harron, nota per American Psycho (2001), Fear Self: community (2008), I Shot awdy Warhol (1996), sembra rendere giustizia alla famosa modella pin up Bettie Page, dandone un’immagine prevalentemente positiva, da cui scaturisce una personalità fatta di trasparenza e stile, intelligenza ed equilibrio, ingenuità comportamentale e fermezza morale, maturità e scelta di valori religiosi perseguiti con una certa coerenza, accompagnata da uno spirito critico che l’ha sempre tenuta lontana dal fanatismo teologico più di moda. 
La famosa modella, come mostra il film, durante tutto il suo periodo di lavoro fotografico ha sempre seguito, in parallelo all’attività fotografica, corsi di recitazione teatrale, dimostrando un forte interesse per la cultura classica.
Bettie Page e i suoi apprezzabili risultati fotografici, quelli più artistici o sensuali, sono stati aspramente maltrattati, perseguitati da alcuni senatori americani amanti delle campagne moralistiche, rappresentanti di buona parte del mondo puritano più retrogrado e chiuso, quello fortemente ipocrita e perbenista propenso a usare certe teorie psichiatriche, di dubbia validità, in modo generico accusando di patologia tutto il lavoro originale, da vera artista, di una modella dai modi gentili e genuini che ha sempre rifiutato di fare ciò che le sue scene di gruppo potevano suggerire in termini di violenza raffinata.
Un mondo quello puritano, astioso, restio a capire le ragioni più complesse, a volte sociali a volte psicologiche, se non culturali o mediatiche, che stanno dietro a ogni piacere erotico vissuto attraverso immagini di serie con scene trasgressive, rese più coinvolgenti dal successo dei rotocalchi.
La Harron dà un’immagine di Bettie ironica e leggera, dal carattere buono e sano, una personalità pulita, lontana da ogni morbosità legata a ciò che il suo personaggio erotico poteva suscitare nelle persone più inibite o in qualche modo perverse.
Il film inizia con un lungo flash before (in avanti), siamo a metà degli anni ’50, si è subito rapiti, avvolti, da una lunga inquadratura dall’alto, eseguita dalla telecamera con un movimento a discendere graduale, lento, leggero, che simultaneamente si avvicina agli oggetti grazie al lungo braccio meccanico che la supporta; siamo su Time Square a New York, di sera, la macchina da ripresa si muove lungo una diagonale che va da destra verso il centro.

La telecamera si avvicina ai negozi e ai bar, per giungere poi nei pressi dei punti di intrattenimento più famosi, sfavillanti di luci, ricchi di insegne luminose di varie forme e colori, aggraziandoci di angolazioni visive molto ricercate che producono una fotografia in bianco e nero di alta suggestione, in grado di affascinare subito gli spettatori più scettici, immergendoli in un’atmosfera dai desideri proibiti e trasgressivi. 
La telecamera si arresta quindi davanti a un negozio di riviste per soli uomini, tipo Whisper, per poi entrare, quasi bruscamente, nei locali interni accompagnando verso il banco un poliziotto in borghese dall’aria risoluta e un po’ buia.
Il tizio sembra non guardare in faccia nessuno, cerca delle prove per incriminare alcuni venditori e autori di riviste semiporno dal taglio sadomasoch, a seguito di alcune indagini politiche sulla pornografia aperte dal senatore democratico Estes Kefauver, rappresentante di un vasto movimento di opinione americano intenzionato a difendere i giovani più bisognosi da una caduta nella delinquenza.
Giunto di fronte al banco di vendita, il poliziotto chiede all’edicolante, astutamente, riviste erotiche dai gusti un po’ particolari, il gestore dopo alcune esitazioni mette le mani sotto il banco e tira fuori diversi periodici bondage con in scena personaggi tutti femminili tra cui Bettie Page, l’immagine di quest’ultima è dominata da stivali con lacci e abiti neri molto aderenti; le scene delle foto sono erotiche- eterodosse rispetto a ciò che di simile appariva in quel periodo e si svolgono con l’ausilio di attrezzi di coercizione fisica e morale di vario tipo. 
Il poliziotto avuto prova che in quel negozio venivano regolarmente smerciate riviste semiporno, dai contenuti ritenuti convenzionalmente perversi, proibiti, svela finalmente la propria identità al gestore e dichiara in stato di fermo il venditore.

La tesi del senatore Estes Kefauver sugli effetti negativi di certe riviste pin up legate al bondage si basava sul principio, molto discutibile, che le scene di violenza in esse contenute potessero condizionare, influenzare i giovani, specialmente quelli che vivevano in situazioni sociali difficili, portandoli a trasgredire dalla buona morale del lavoro presente nelle famiglie, soprattutto in quelle cristiane. 
Il piacere sessuale senza regole gli avrebbe allontanati da una ricerca dei valori sociali e spirituali più alti, quelli frutto soprattutto di intense sublimazioni e de-erotizzazione della vita relazionale, accrescendo l’egoismo individuale a discapito dell’impegno sociale, fino al punto da farli precipitare nella delinquenza più comune. 
Secondo la sottocommissione d’inchiesta del senato, costituita a difesa dei giovani da ogni influenza perversa e a cui era affidata la condanna e la repressione dei media diffusori della pornografia-allusa, le riviste bondage diventavano pericolosi veicoli di corruzione sociale. Il convincimento di questa tesi si basava anche sul fatto pratico che le riviste godevano sempre più di una larga diffusione di mercato tra i giovani e i minorenni, espandendosi a macchia d’olio in tutto il mondo dell’adolescenza.
Molte cose sono state dette, spesso con scarso acume analitico e molto moralismo, sul personaggio storico di Bettie Page, una modella pin up di umili origini, formosa e timida, cristiana praticante, priva di malizia nonostante gli sguardi ammiccanti delle sue foto, ben acculturata, studiosa d’arte, ma pochi hanno avuto l’onestà e la delicatezza di interpretare la sua vita limitandosi a porre questioni e interrogativi aperti, cioè utilizzando metodi analitici lontani da interessi economici cartacei o mediatici, liberi di non soddisfare il bisogno un po’ stupido di certezza proprio dei lettori di rotocalchi.

La biografia del film appare ben documentata, Bettie ottiene il successo agli inizi degli ani ’50 apparendo semivestita su rotocalchi famosi e di grande moda, , a soli 35 anni inizierà il suo declino apparendo però con successo su Play boy, dove per esigenze di vendita gli erano stati dati solo 25 anni.
Come si vede nel film l’opportunità per Bettie di diventare modella nasce per caso, incontrando per strada un poliziotto in borghese di colore amante della fotografia, che colpito dalla sua fotogenia e bellezza corporea gli propone di fare alcune foto, dapprima in spiaggia e in seguito in studio.
La famosa frangetta nera di Bettie che copriva una fronte troppo ampia per una buona fotogenia da riviste, viene raccomandata alla donna dal poliziotto fotografo, in questo modo si evitava che nelle foto si formassero in quel punto zone troppo chiare, differenti dalla luminosità più omogenea del resto del viso.
Il poliziotto fotografo introdurrà Bettie in studi professionali molto importanti, anche di produzione filmica, luoghi dove la donna riuscirà a fare sempre colpo accrescendo la sua popolarità attraverso le pubblicazioni di grande tiratura che quei studi garantivano. Bettie era insensibile alle offerte di quei produttori con i quali per lavorare era necessario cedere il proprio corpo, dimostrando in questo senso una serietà professionale tipicamente cristiana.

Gli uomini di Bettie appaiono nel film come persone molto secondarie della sua vita, tanto da far credere che la donna avesse un forte senso dell’autonomia, innamorandosi difficilmente di qualcuno e prediligendo al sesso l’amore religioso, lo studio biblico, dei cui testi diventerà anche una convinta studiosa e predicatrice. 
Da notare nel film come Bettie non si sia mai vergognata del suo lavoro di modella rasgressiva, ritenendo il nudo un ritorno alle origini più pure e sincere della vita dell’uomo, un ripercorso liberatorio verso un lontano passato del tutto privo di sensi di colpa.
A proposito amava citare agli intervistatori alcuni episodi importanti della Bibbia, tra i quali quello famoso della vita originaria di Adamo ed Eva, inizialmente svoltasi nel paradisiaco Eden, nella completa nudità dei due e che solo in seguito, dopo una grave trasgressione ai voleri di Dio, cambiava repentinamente verso la colpa e la vergogna del proprio corpo nudo.
Dopo la condanna dei suoi produttori più importanti, incriminati per pubblicazioni pornografiche, nel 1957 Bettie si ritira dai laboratori fotografici, ritornando a predicare il vangelo per le strade e proseguendo nei suoi studi teatrali.
Il film termina con Bettie che porta la parola di Dio tra i passanti di New York.

 

venerdì 16 dicembre 21.30

Cairo Time

Un film di Ruba Nadda. Con Patricia ClarksonAlexander SiddigTom McCamusElena AnayaAmina Annabi.     Drammaticodurata 90 min. - Canada, Irlanda, Egitto 2009.
Locandina Cairo Time



The Fall

Un film di Tarsem Singh. Con Lee PaceCatinca UntaruJustine Waddell Fantasticodurata 117 min. - India, Gran Bretagna, USA 2006.
 
Locandina The Fall


n un ospedale nei pressi di Los Angeles durante la Grande Guerra, Roy, uno stuntman gravemente infortunato, paralizzato e depresso, prende a raccontare giorno dopo giorno ad Alexandria, una bambina di quattro anni, le storie leggendarie e avventurose dei cinque eroi che combatterono il perfido Governatore Odious. 
La fantasia della bimba fa sì che le favolose vicende acquistino un’importanza fuori del comune per entrambi.

Tenuto a battesimo da Spike Jonze e David Fincher (il quale non azzecca un film dai tempi di Se7en, ma ora inopinatamente sguazzerà sotto una pioggia di statuette per il discutibile The Curious Case of Benjamin Button), The Fall è un inno alla fantasia più sbrigliata. 
Dopo l’irrisolto e pacchiano The Cell (2000), Tarsem si è preso un lungo periodo di tempo per realizzare un’opera che definire visionaria sarebbe fuorviante. 
Perché, e questo è il fatto incredibile per chi vede il film, tutte le numerose locations in cui si svolge l’azione (The Fall è stato girato in quattro anni e in 18 paesi diversi) sono semplicemente reali, niente affatto ricreate al computer. Il regista di alcuni dei videoclip e degli spot pubblicitari più celebrati di sempre ha investito di tasca propria milioni di dollari in qualcosa che sembrerebbe facile definire arty o semplicemente troppo personale per essere comunicato, eppure The Fall cattura l’attenzione fin dalle prime immagini e ci porta tra scenari e paesaggi che, per quanto reali, sembrano del tutto impossibili, vere e proprie frontiere del visivo.

A voler fare le pulci al film, quello che ne esce è un lavoro involuto e di complessa stratificazione, del quale non si può comunque essere pienamente soddisfatti. Il primo serio problema di The Fall sta nella difficoltà di raccordare le sequenze realistiche girate dentro l’ospedale (“Se l’ospedale non funziona, non funzionerà niente” ha lungamente ripetuto il regista alla troupe) con il mondo magico e mitico in cui si svolge la storia dei cinque vendicatori. 
Del pari la commozione che scaturisce dal rapporto tra la disperazione esistenziale di Roy e l’innocenza di Alexandria inclina fatalmente verso i buoni sentimenti, mentre le riflessioni sul magico prodursi dell’arte e della meraviglia dal filtro del mondo quotidiano non escono dal già visto. In tal modo, The Fall pare proiettato verso un duplice destino: noioso e pretenzioso per tutti coloro che non abboccano all’esca del cinema di pure immagini, oggetto di culto per gli altri (pochi, a giudicare dal ritardo con cui è stato distribuito negli USA. 
Da noi ovviamente non se ne parla nemmeno). 
La maggioranza non ha però sempre ragione, per fortuna, e nella storia che si snoda fra deserti incantati, città blu e labirinti inestricabili, è all’opera un’immaginazione che non ha nulla da invidiare a quella di Wizard of Oz, e anzi la supera per magnificenza e grandiosità del sogno infantile. 
Condividendo con il film di Fleming almeno l’attenzione verso le sorgenti dell’ispirazione e il richiamo alla responsabilità per il mondo degli adulti, The Fall si potrebbe inquadrare come un tentativo, generoso benché per più versi acerbo, di superare gli stretti confini imposti da un immaginario appiattito e standardizzato: la formazione cosmopolita di Tarsem è in tal senso garanzia di libertà espressiva e di sano meticciato culturale, diversamente da quanto accade in Slumdog Millionaire di Danny Boyle, altro beneficiario dell’Academy, farcito di terzomondismo d’accatto e colonialismo di ritorno. Purché non si pretenda di decifrare le molteplici suggestioni più o meno esoteriche che il film libera (non che siano mancati approcci in questa direzione, ma gli esiti appaiono sterili), The Fall rimane in bilico tra racconto di formazione, romanzo d’avventure, poema visivo e - ma è l’aspetto meno convincente - sperimentalismo narrativo; mentre il suo rifiuto deliberato di rientrare in una di queste categorie lo condanna ad essere un film per tutti che, paradossalmente, non si rivolge a nessuno, nemmeno ai bambini che in un mondo ideale sarebbero i primi destinatari. 

Aspirante manifesto contro l’omologazione del fantastico, The Fall è piaciuto ad un critico di lungo corso come Roger Ebert, ma resta da capire se avrà emuli lungo una strada impervia, esattamente opposta a quella che sembra andare per la maggiore nella Hollywood contemporanea, e che ora, con la probabile restaurazione di stampo obamiano (facile capire cosa vuol dire tornare guida del mondo per gli Stati Uniti: e l’ingenuo entusiasmo dei commentatori, anche e soprattutto di sinistra, apre ad un fraintendimento di proporzioni colossali), rischia di diventare sempre di più l’unica via.