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GENNAIO

GENNAIO - cinemAnemico
 

MADE IN BRITAIN

(Rassegna di cinema britannico)

 

MADE IN BRITAIN
(Rassegna di cinema britannico)



Venerdì 13 gennaio 2012  ore 21.30

LONDON TO BRIGHTON

 

Un film di Paul Andrew Williams

con Lorraine Stanley, Johnny Harris, 

Georgia Groome, Sam Spruell, Alexander Morton, Nathan Constance, 

Claudie Blakley 

durata 85 min. Gran Bretagna, 2006

SINOSSI

Una madre e una figlia sono in un bagno pubblico di Londra. La prima è disperata e con un occhio nero, la seconda è truccata da donna e piange a dirotto. Questo è l’incipit di London to Brighton, il film che, insieme a This is England, è probabilmente il più clamoroso caso di Disperso inglese degli ultimi anni. Opera prima di Paul Andrew Williams, è stato inserito nelle liste dei miglior film britannici da quasi tutti i magazine specialistici (Big Issue – esagerando – l’ha addirittura definito il migliore del secolo), è un dramma crudo e realistico, quasi brutale in alcuni passaggi.   La storia è quella di Joanne, una ragazzina che viene venduta dalla madre a un ricco criminale per una notte di sesso. Durante l’incontro, però, il pedofilo viene ucciso, e madre e figlia iniziano una fuga, da Londra a Brighton, come dice il titolo, inseguite dal protettore della donna. Notevoli le prove delle due attrici: la madre, Lorraine Stanley, è pressoché sconosciuta in Italia e ha recitato in un altro Disperso, Cass, mentre la figlia, Georgia Groome, ha iniziato nel mondo dello spettacolo con un reality show (Serious Amazon nel 2006), per poi rivelarsi come attrice con Angus, Thongs and Full-Frontal Snogging, film uscito lo scorso anno anche nel nostro Paese.

CRITICA

Tra la Londra del ventunesimo secolo e quella (dickensiana) del diciannovesimo non sembra sia cambiato niente, tranne la tecnologia: uomini e donne continuano a vivere vite miserabili ai margini della legalità, i bambini sono - ancora una volta - l’oggetto principe delle vessazioni, delle frustrazioni e, amoralmente, delle perversioni degli adulti. non c’è un briciolo di speranza né di amore: l’unico modo per sfuggire alla povertà è sapersi destreggiare per i vicoli umidi e popolati di feccia delle periferie, esattamente come ai tempi [ucronici] di Oliver Twist o David Copperfield. se non hai un protettore, non vai da nessuna parte. se non hai una merce di scambio, neppure: non ti rimane altro che aggrapparti a nient'altro che a te stesso (al tuo corpo) o a quell'unica mano che si protende amica.   non è cambiata neppure la tonalità opaca, da tragedia incombente e onnipresente, che aleggia sopra le teste delle protagoniste, due ragazzine che non hanno mai conosciuto fortuna né serenità, sempre alle prese con gli istinti predatori di qualcuno ben più grosso, sia esso un magnaccia o, persino, un genitore. per quello che accade la redenzione non esiste e l’unica via di fuga è un taglio netto, in parole povere: bisogna disperdersi, tra la folla, nella notte, lasciarsi inghiottire e vedere come va a finire.

 

Venerdì 20 gennaio 2012 ore 21.30

SUBMARINE

 

Un film di Richard Ayoade

con Sally Hawkins, Paddy Considine, Noah Taylor, 

Gemma Chan, Yasmin Paige. Craig Roberts 

durata 94 min.

Gran Bretagna, USA 2010


SINOSSI

 Oliver (Craig Roberts) ha 15 anni e abita nella città costiera di Swansea, al confine tra il Galles e l’Inghilterra. Vive in una famiglia della middle-class, è un po’ stralunato, ma dotato di un’intelligenza singolare, e soprattutto è innamorato di Jordana (Yasmin Paige), altrettanto stravagante ragazza, antiromantica e piccola piromane, alla quale lo legherà una storia fatta di semplici soddisfazioni, talvolta simpaticamente grottesche nella riuscita, e allo stesso tempo di piccole delusioni, frutto del fragile periodo adolescenziale. Perché la corsa disperata, ma necessaria per la crescita, verso la fatidica perdita della verginità non è il solo grattacapo per un fluorescent adolescent come Oliver. La madre infatti, un po’ depressa e in crisi amorosa con il padre, professore di biologia marina alquanto frustrato, sembra aver ritrovato lo spirito libertino di gioventù in compagnia di un mistico new-age, suo ex e vicino di casa. Ma sarà solo una piccola uscita di strada, che Oliver, tra piccoli e strampalati espedienti e silenti appostamenti notturni, riporterà presto in carreggiata, sull’onda dell’amore per la sua Jordana.

 

CRITICA

 Quando è stato presentato in Nord America, al Festival di Toronto prima e al Sundance poi, la definizione che è circolata più di frequente riguardo a Submarine è che si trattasse di una sorta di risposta britannica al cinema di Wes Anderson. Il che non è affatto sbagliato, visto che i punti di contatto tra quest’opera prima da regista dell’attore Richard Ayoade e quanto di meglio stia producendo un certo mondo indie d’oltreoceano sono numerosi. Ma allo stesso tempo la definizione è limitativa, e non riesce a catturare il tutto.   Basato su un romanzo di Joe Dunthorne, Submarine è una tradizionalissima storia di coming-of-age, dove un adolescente un po’ sfasato, e la cui percezione delle cose è perennemente fuori sync con la realtà oggettiva, si trova a confrontarsi con il primo amore, la perdita della verginità e - in parallelo - con una crisi matrimoniale dei genitori e la vera o presunta infedeltà della madre. Nonostante non ci si trovi nella New York più borghese ma in un Galles spoglio e affascinantemente desolato, la trama non presenta indubbiamente nulla di nuovo sotto il sole: compresi i rimandi più o meno espliciti a quel Salinger che per Wes Anderson è un chiaro modello. Ma l’originalità non è un obbligo a tutti i costi, specie se si dimostra di avere le capacità giuste per azzeccare toni ed equilibri, trovando in quelli una propria personalità. E sarebbe ingiusto accusare Submarine di essere totalmente derivativo.   Il senso di weirdness legato ad un giovane protagonista obliquo - il cui essere “sottomarino” non gli regala solo quella invisibilità un po’ codarda che ricerca, ma anche un muoversi nel mondo presente e distaccato allo stesso tempo, perfetta esplicitazione dell’”effetto acquario” di tanto cinema indipendente che amiamo – è sempre reso con un equilibrio personale e partecipe, che ai richiami (più tematici che prettamente formali) andersoniani sposa delle esplicite dosi di quella Nouvelle Vague che, dichiaratamente, Aoyade ama in maniera particolare. Il tutto senza dimenticare un sapore british che si percepisce costante per tutto il film. E nonostante le numerose bizzarrie raccontate – tra le quali una sorta di truffaldino guru new age interpretato da Paddy Considine che ricorda quello di Jemaine Clement di Gentlemen Broncos – Submarine rimane ancorato ad un commovente senso di realtà, nel quale i tumulti emotivi e sentimentali del giovane Oliver e degli altri protagonisti risaltano senza mai essere sfacciati.    Come la giovane di cui Oliver è innamorato, Submarine sembra farsi beffa del romanticismo (inteso in senso ampio), ma è solo apparenza, solo atteggiamento. Destabilizzando attraverso un uso (im)proprio delle convenzioni, delle scenografie, delle caratterizzazioni, Aoyade riafferma la bellezza del tumulto, seppur attutito dal suo essere sommerso, lo declina in maniera personale eppure universale; lavora sui dettagli di fondamentale importanza con una nonchalance che dimostra abilità non comuni, mescolando malinconia e leggerezza, ironia e dramma. E ci accompagna lungo un percorso che non poteva che concludersi di fronte ad un mare invernale dove immergere i piedi per gioco, per sfida e per amore ha un senso profondo e liberatorio.

 


Venerdì 27 gennaio 2012 ore 21.30

BOY A

 

Un film di John Crowley.

con Andrew Garfield, Peter Mullan, 

Siobhan Finneran, Alfie Owen, Victoria Brazier, 

Skye Bennett Drammatico, 

durata 106 min.Gran Bretagna 2007


SINOSSI

 «Non posso tornare ad essere l'altra persona, perché l'altra persona è morta.»

Boy A e Boy B sono sigle fittizie utilizzate dai giudici britannici per proteggere la privacy di due minorenni nel corso del processo a loro carico.   Boy A è Eric Wilson, detenuto da quando all'età di 10 anni aveva causato insieme al coetaneo Philip Craig (Boy B) la terribile morte di una ragazzina. Giunto a 24, ha saldato il suo debito con la giustizia: sta per tornare ad essere libero, sta per ottenere la propria seconda possibilità. Affinché ciò accada, il programma di riabilitazione prevede che egli seppellisca il vecchio sé e si presenti in una nuova città con un nuovo nome ed un passato pulito.   Ora si chiama Jack Burridge e la sua vita riprende da Manchester, ospite in casa di una donna ignara (alla quale è stato presentato come il proprio nipote dall'assistente sociale), come ignaro è il personale della società di consegne dove ha trovato impiego. Assunto come fattorino, ogni mattina si reca presso il deposito che ne funziona da base: qui fa subito amicizia con Chris, il collega con cui divide il lavoro, al quale racconta di esser stato dentro 3 anni perché rubava automobili "per divertimento", e qui conosce la segretaria Michelle, detta "la balena bianca" per le sue forme abbondanti.

 

 

CRITICA

 

Ma si può mentire per sempre? Si può sfuggire a sé stessi? E soprattutto, è plausibile, per un mondo senza pazienza né pietà, concedere una nuova opportunità ad un uomo che si è macchiato (e marchiato) di un crimine atroce, anche se l'ha fatto quando era ancora solo un bambino, anche se ha pagato il proprio debito con la giustizia ed intende ripartire da zero?   Queste pesanti domande sono il fardello che Jack porta con sé quotidianamente, sono la spia di una mancanza di autostima dovuta certamente a problemi personali dalla radice profonda, ma favorita e amplificata dall'ottusità di una società ipocrita e priva di lungimiranza che tende a creare mostri per sbatterli in prima pagina e condannarli senza appello, e dall'impotenza di un'amministrazione rassegnata e succube che limita la funzione sociale e rieducativa a proclami vuoti e minati nelle fondamenta.  «Il Male è diventato grande», titolano i quotidiani, che alla notizia dell'uscita di galera di Boy A si scatenano, perché il suo reato non è ancora stato perdonato né mai lo sarà, come non fu perdonato a Boy B, che in galera c'è morto, impiccato in bagno, ufficialmente suicida; e perché su Boy A ora c'è una taglia di 20,000 sterline per ottenere informazioni sulla sua nuova identità ed i suoi spostamenti.   Nato come film per la tv ma poi promosso (in patria) al grande schermo fino a vincere diversi premi BAFTA, Boy A è stato scritto da Mark O'Rowe ispirandosi all'omonomo libro di Jonathan Trigell, che a sua volta ha preso spunto da una vicenda realmente accaduta.    Il regista John Crowley racconta la vita del ragazzo dal momento della scarcerazione integrandola con ampi stralci dal passato, che riaffiora spesso tra i suoi pensieri i suoi sogni e i suoi incubi, ricostruendo così la sua infanzia infelice e tribolata: snobbato da un padre depresso e squalificante e da una madre malata ed assente, picchiato dai compagni di scuola e disinteressato agli studi, il piccolo Eric trova conforto nel'amicizia di Philip, un ragazzo problematico a sua volta, che sfoga con l'aggressività e la violenza il dolore per la morte del padre e la rabbia repressa per i ripetuti stupri subiti ad opera del fratello maggiore. Frammenti di memoria troppo duri da mandar giù, troppo difficili da cancellare. Quello paracadutato sul pianeta Terra 14 anni dopo il fattaccio è un giovane uomo eroso dal senso di colpa, timoroso di tutto e tutti ed irrimediabilmente immaturo, che non è mai entrato in un fast food, che non s'è mai ubriacato né tantomeno sballato, che non ha mai avuto un lavoro né toccato una ragazza, che non sa cosa sia la vita. Ma che s'è guadagnato il diritto di provarci ancora.   Crowley dirige con passione e trasporto, focalizza l'attenzione sul percorso del protagonista, sulla terribile gioventù che gli ha sconvolto l'esistenza e sulle molteplici goffe ed irripetibili prime volte che caratterizzano la sua affannosa ed dolorosa ricerca di una personalità nuova fondata sulla menzogna, ma non tralascia di dare volume agli altri personaggi, e indugia sui volti con uso abbondante di camera a mano e primi piani, quasi a volerli toccare o sentire comunque vicini.   Fa tenerezza la figura di questo precoce assassino, decenne sfortunato spiantato e privo di punti di riferimento nell'interpretazione trattenuta del giovane Alfie Owen e ventiquattrenne insicuro e confuso in quella emozionante di un intenso Andrew Garfield, e fa altrettanta paura quella del sadico teppista in erba suo complice, cui Taylor Doherty restituisce una raggelante anaffettività. Meritevole di menzione, oltre alla generosa Katie Lyons nella parte di Michelle, la ragazza disinibita e paziente grazie alla quale Jack scopre il sesso e l'amore, è infine Peter Mullan, impeccabile nel ruolo di Terry, assistente sociale tutore e custode unico di ogni suo segreto, tanto scrupoloso e paterno sul lavoro quanto svagato e distante nel rapporto col proprio vero figlio Zeb, lasciato a crescere in solitudine, ad affogare nella depressione, a covare odio.  Boy A non fa prigionieri, è un film duro e commovente che rifugge la retorica ed il pietismo, che pone domande importanti suggerendo risposte inquietanti, che parla di un'umanità triviale utilitarista e immoralmente moralista che si erge a giudice insindacabile ed emette inappellabili sentenze di morte. E non c'è clemenza, non c'è speranza, né ci sono seconde possibilità, per chi ha ricevuto il pollice verso dall'intera opinione pubblica.